“Bambini, bambini, sveglia… oggi sono i morti, e questa notte è venuto il nonno e ha nascosto a casa il regalo che volevate tanto!”

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Questa è la frase che a Palermo i genitori utilizzano per svegliare i propri figli la mattina del 2 novembre, giorno “dei morti”, o meglio il giorno della commemorazione dei defunti. La festa dei morti appare per la prima volta nell’Ordo Romanus nel 1500 e aveva il nome di Anniversarium Ominium Animarum.

È curioso come la commemorazione abbia dei tratti comuni e delle credenze di fondo simili in tutto il mondo, anche a distanza di secoli oltre che di oceani.

Questa festa è celebrata da tutti più o meno lo stesso giorno in cui secondo il racconto biblico di Mosè ebbe luogo il Diluvio, e cioè il diciassettesimo giorno del secondo mese, che all’incirca corrisponde al nostro novembre, e presenta il tratto comune dell’offerta del cibo e del dono in generale.

 

Le Origini più antiche di questa tradizione risalgono ai riti pagani celtici e al banchetto funebre, un tempo diffuso nella maggior parte dei popoli indo-europei. Solo all’inizio del X secolo, la Chiesa introdusse l’odierna “Festa dei Morti” ancora oggi celebrata il 2 novembre. I festeggiamenti consistevano in offerta di cibo, mascheramenti e falò, e originariamente si credeva che durante il passaggio i morti rubassero a ricchi pasticceri, fruttivendoli e commercianti per lasciare regali ai propri cari in vita.

Dai tempi più antichi sino ai giorni nostri, ogni popolo ha il suo modo di onorare i propri cari una volta l’anno… chi in maniera essenziale e sobria, chi in modo colorato e festoso!

Nei paesi dell’America Centrale, ad esempio, oltre a visitare i cimiteri, è consuetudine addobbare le tombe con fiori colorati e lasciare loro delle bottiglie di alcolici o di giocattoli, nel caso in cui i cari defunti siano dei bambini;

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In Messico si usa preparare un vero e proprio altare dei morti arricchito di immagini del defunto, una croce e un arco, e si usa profumare l’aria con abbondante incenso, considerato favorevole nel consentire il ritorno delle anime care.

Proprio in questa cultura la festa dei morti presenta particolari sfaccettature che evidenziano come non solo sia percepito in modo gioioso tale ricorrenza, ma addirittura quale concezione si abbia della vita stessa, proprio in relazione al culto della morte.

Quello che dovrebbe essere un pensiero terrificante, diventa un pensiero gradevole, addirittura giocoso, dove la figura della morte non viene più percepita come fine della vita, ma come continuazione.

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I Calaca, comunemente conosciuti come teschi messicani, sono l’emblema moderno dell’immagine della morte non più come motivo di tristezza e di dolore, ma come simbolo di gioia nel distaccarsi dai dolori della vita terrena, principio ridondante anche nel Buddhismo e dell’Induismo.

Conosciuto come il “Día de Muertos”, giorno dei morti in spagnolo, celebrato in Messico in Brasile e in alcune località dell’America del sud, questo giorno è dedicato al rallegramento degli animi dei vivi e dei loro cari trapassati. I bambini amano particolarmente questo giorno in cui, come in Italia (specialmente nelle regioni del sud), se sono stati abbastanza bravi, ricevono dei calaveras-1dolci tipici realizzati per questa ricorrenza.

I calaveras, sono dei teschi di zucchero ispirati non a caso ai calaca, e sono ricavati da un unico panetto ottenuto dalla lavorazione dello zucchero di canna, abbellito con coloranti vegetali e, talvolta, con dell’oro alimentare.

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La decorazione dei dolci è un vero e proprio culto, tanto da essere diventata una delle usanze più diffuse in tutto il mondo per il giorno della commemorazione dei defunti.

In India si chiama Diwali, chiamata anche Dipavali o Deepawali è una delle più importanti feste indiane e si festeggia nel mese di ottobre o novembre. Simboleggia la vittoria del bene sul male ed è chiamata “festa delle luci”, durante la festa si usa infatti accendere delle luci (candele o lampade tradizionali chiamate diya). In molte aree dell’India i festeggiamenti prevedono spettacoli pirotecnici.

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La più popolare leggenda associata alla festa è quella che tratta del ritorno del re Rama della città di Ayodhya dopo 14 anni di esilio in una foresta.

Il popolo della città al ritorno del re accese file (avali) di lampade (dipa) in suo onore, da qui il nome Dipawali o più semplicemente Diwali.

I festeggiamenti per Diwali si protraggono per cinque giorni nel mese indù di ashwayuja che solitamente cade tra ottobre e novembre, per induisti, giainisti è la celebrazione della vita e l’occasione per rinsaldare i legami con familiari e amici. Per i giainisti rappresenta inoltre l’inizio dell’anno.

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In Italia i genitori comprano ai propri figli dolci e giocattoli, facendo credere loro che a comprarli sono stati i parenti passati a miglior vita, per insegnare loro a non aver paura della morte, trasformando così una giornata riservata al lutto e al dolore in una vera e propria festa, dedicata ai più piccoli e strettamente legata al valore simbolico del cibo e del dono, come vita rinnovata e felicità.

Il valore educativo della ricorrenza si riassume nell’esorcizzare la paura del mondo dei morti insegnando che anche chi non è più fisicamente tra noi può ancora continuare a esistere e ad agire anche dopo la morte.

 

 

 

 

A questo punto la domanda sorge spontanea: cosa hanno in comune la religione, la festa della commemorazione dei defunti, il buddhismo e il cristianesimo… con una semplice Lanterna, oggetto di questo nostro ragionamento?

 

La risposta non vi sembrerà tanto bizzarra una volta lette queste righe.

Ispirato proprio dalla idea di azione… dopo la morte, nasce un progetto ideato dai

Nativi Digitali 1X1 che non a caso hanno deciso di lanciarlo proprio nel giorno dei morti…

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E’ ispirato all’aldilà, nasce da una collaborazione tra Nativi 1×1 Europei, Indiani, Sud Americani e Africani dal nome:

“le lanterne della memoria”.

Nato con l’idea di aiutare i meno fortunati le lanterne della memoria porteranno luce dove non c’è… e non è un modo di dire, infatti è una lampada che si ricarica da sola sfruttando un piccolo pannello fotovoltaico, ed è indirizzata alle famiglie povere energeticamente del Mondo che sono al buio o utilizzano sistemi obsoleti o insostenibili economicamente e ambientalmente.

 

In queste zone, accendere l’interruttore della luce quando si entra nella propria abitazione, non è un gesto semplice e scontato, ma un lusso sconosciuto.

 

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Donare un minimo di luce quando arriva la sera, è la missione di questo progetto.

E’ una lanterna perché illumina, è della memoria, perché porterà il nome di chi non c’è più.

 

La qualità singolare di questo progetto, è che i donatori potranno dedicare la lampada ad un parente o un amico che non c’è più incidendone il nome sulla lanterna. Come un moderno cero, una luce si dedicata a chi amiamo e chi non c’è più, illuminando allo stesso tempo la vita di qualcun altro.

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Non per magia, ma per una brillante idea i nostri cari possono veramente portare un sorriso a qualcuno che non hanno conosciuto.

Grazie a chi regalerà una lampada dandole un nome


Qualcuno da qualche parte ringrazierà i nostri cari che abbiamo amato e che amiamo ancora è la morte diventa luce… per i bambini vivi.

Un omaggio di Domenico Montalto e Luca Scimonelli Nativi Digitali 1×1